Un altra storia maledetta... della collana Il diavolo probabilmente...
L'Uomo Tatuato, odissea erotica di un mutante
di Marco Lugli
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Marco Lugli
L'uomo Tatuato
odissea erotica di un mutante
Ordinario mutante, privo di tutina aderente, di alette ai piedi o di qualunque potere soprannaturale, Michele Licometti è un ragazzo di vent’anni alle prese con le prime esperienze sessuali che scopre drammaticamente di somatizzare il termine di ogni sua relazione con la comparsa di un tatuaggio. Ciascun disegno, ora blasfemo e terrificante, ora ingrato e pacchiano, è comunque sempre drammaticamente reale nel descrivere come l’esperienza sia stata vissuta intimamente ed inconsciamente. La psiche di Michele, pittore fantasioso e implacabile, usa la sua pelle come una tela bianca sulla quale vomitare i colori delle emozioni, dei pensieri e delle debolezze più intime. Fingendo di ignorare la sua menomazione, Michele si lascia innamorare di Laura, una compagna di università apparentemente perfetta, ma quando la loro meravigliosa storia d’amore è in fase embrionale ed esplosiva, lei vede il suo corpo e lo rifiuta, sparendo dalla sua vita. Innamorato di una donna che non c’è e che non ha mai posseduto, vittima quindi del suo stesso amore e desiderio, per dieci anni Michele ha una serie di relazioni puramente carnali nelle quali recita il ruolo di carnefice ed attraverso le quali mostra inconsapevolmente quegli aspetti terribili della sua personalità che i tatuaggi vanno disegnando. Scopate crude, fisiche ed estreme, coprono pian piano ogni centimetro della sua pelle fino alla comparsa di Roan, una italo neozelandese, bisessuale e nomade, completamente tatuata. Roan rappresenta per Michele l’incarnazione di un proprio simile in un corpo da sballo. Il suo incontro significa per Michele l'inizio della presa di coscienza di sè. Un romanzo drammatico e divertente assieme, eccitante ed implacabilmente introspettivo. Un cammino lungo anni che accompagna il protagonista dall’incredulità, lo sconforto ed il terrore provati alla comparsa del primo tatuaggio, attraverso l’ostentazione del suo aspetto come prova e provocazione, fino ad arrivare alla fierezza di avere sul corpo “tanta vita”.
ESTRATTI
SEGNI
La ragione per cui indossammo il tatuaggio sul nostro viso era di mostrare a tutti chi eravamo: la nostra famiglia, la tribù e la nostra classe sociale. Utilizzando un complesso sistema di segni fatti con inchiostro ed incisi nella pelle, ognuno poteva determinare l’identità di un’altra persona. Praticare od indossare il Moko e non capire il suo linguaggio equivale a violare il più antico copyright del mondo.
LUCIA
Fu per puro caso, per il fatto che con la coda dell’occhio percepii un’ombra scura e minacciosa dietro di me, che voltai di scatto la testa all’indietro, di nuovo verso lo specchio, e lo vidi. Era enorme e blasfemo. Un disegno cupo e barocco che si estendeva dalla base del collo in tutta la regione compresa fra le due scapole. [...] C’erano prati, colline, nuvole ed un albero secco. Ma erano tutti fasulli. Mistifi cazioni della realtà. Il disegno, nel suo insieme, rappresentava inequivocabilmente il pube di una donna con un crocefisso spoglio conficcato nella vagina.
SABRINA
Un segnale di qualcosa di terribile era emerso in superficie dalle profondità remote del mio corpo o della mia anima come un lupus o un nevo maligno. Mi risollevai a sedere sul letto e mi feci coraggio. Portai il piede sinistro sul materasso e cominciai ad analizzare il disegno. Si trattava di un volto molto simile al mio, ma con due facce dalle espressioni contrapposte.
STELLA
Verso il basso, alla decima goccia, il liquido si ingialliva e si faceva più viscoso ed il gocciolio si tramutava in un denso rigagnolo ambrato. Non poteva che essere miele. Non vi erano dubbi. La colata appiccicosa sembrava poi trovare un ostacolo invisibile in corrispondenza dell’osso sacro, come se al posto del mio sedere vi fosse stata una sfera di cristallo trasparente. Il miele scivolava dunque sulla sfera ed il risultato era una serie di bavose colate giallastre che mi ricoprivano la parte esterna delle natiche ed al centro un singolo filo glutinoso che mi s’infilava dritto nel buco del culo.
OLGA
Istintivamente mi guardai il pene temendo che fosse giunto il suo momento. Era ancora del suo colore naturale, ma non seppi se rallegrarmene perché il disegno, o meglio i disegni, che vidi, pur non essendo per nulla brutti, volgari o blasfemi, erano dislocati in una posizione che rendeva davvero inquietante osservarli.
ROAN
La prima occhiata allo specchio mi aveva riportato brutalmente alla realtà. La lingua nera che saliva dal collo e si biforcava sotto all’orecchio andando a raggiungere l’occhio con la sua estremità più lunga, dava al mio volto un’austerità aliena.
ELENA
I resti del guscio erano ben visibili sul palmo della mano, mischiati al sedimento rinsecchito del tuorlo e dell’albume che erano colati attraverso le dita andando a formare delle strisce giallastre sul dorso della mano, sul polso e su parte dell’avambraccio.
PAROLE
Mentre le sua labbra dischiuse erano appoggiate alle mie, serrate, l’odore del suo fiato e quello della sua pelle arrivarono alle mie narici ed io chiusi gli occhi per cercare di immagazzinarne il ricordo. Rividi il suo corpo nudo e le trame dei suoi disegni riflettersi insieme alla mia sagoma nello specchio della mia camera da letto. Quando persi il contatto riaprii gli occhi e trovai loro davanti quelli di Roan, spalancati, che cercavano di comunicarmi le sue ultime parole.
SGUARDO SUL NUOVO MATTINO
Nudo, appoggiato di peso al lavandino, con le braccia tese e l’uccello moscio, stavo immobile davanti allo specchio del bagno ad osservare imbambolato il mio corpo schifosamente pallido, mestamente privo dei segni dei miei trentatre anni. A pochi metri da me, oltre la porta, sdraiata sul letto sfatto, arrapata e pronta a mostrarmi il suo lato perverso, m’aspettava la donna che avevo inseguito, consciamente ed inconsciamente, negli ultimi dieci anni. Ero venuto in bagno per prendere un preservativo. Così almeno le avevo detto pochi istanti prima, lasciando il suo abbraccio. E mi apprestavo a farlo, a prendere quell’inutile profilattico e fare l’amore con lei. L’avrei scopata perché dovevo rientrare nel mio letto a coronare un decennio d’attesa. E l’avrei fatto, in fondo, perché lo desideravo da sempre. L’avrei fatto, però, dopo qualche minuto, non appena fossi riuscito, guardandomi allo specchio invaso dal riflesso di quel nuovo mattino, a mettere a fuoco tutti gli avvenimenti che mi avevano portato fino a lì e soprattutto che avevano portato lei fino a lì, fino al punto di amarmi e concedersi dopo un decennio di reticenze.
PERLE
“Un amore non si dissolve, pensai, ma si consuma nel tempo. E lei non aveva avuto il tempo di farlo consumare. Da qualche parte, il seme di quell'amore doveva essere ancora dentro di lei.” “Era la prima volta che scaricavo, ma era pure la prima volta, seppure a quasi ventiquattro anni, che stavo facendo piangere una donna per il dolore di privarla della mia presenza. Da una certa angolazione, molto laterale, c’era di che andarne fieri. “ “Le risposi che non avevo intenzione di impedirle di fare alcunché o di frequentare chicchessia, semplicemente perché se io stavo con lei questo significava che lei era la mia preferita fra tutte. Se fosse arrivata una nuova preferita, lei non sarebbe stata cornuta bensì lasciata.” “Ci infilammo i cappotti ed uscimmo dal locale. L’aria fredda e umida della notte ingigantiva e fissava il nervosismo che si era creato fra noi. Laura non diceva nulla, rassegnata al suo essere maldestra o scettica sul poter rimediare al danno. Io tacevo perché avrei voluto le sue scuse e perché mi sembrava che nessuna strada fosse percorribile insieme a lei. Non potevo solo scoparla perché ciò che provavo per lei era sopra la soglia del disinteresse. Non potevo diventare il suo fidanzato perché ciò che provavo per lei era sotto la soglia dell’amore.”
IL PENTAGONO
Ciò di cui avrei avuto bisogno in quel frangente lo avrei elaborato negli anni, a forza di vivere momenti in cui tornare ad essere solo sarebbe diventato un obiettivo primario per la mia sopravvivenza. Momenti in cui nel mio cervello si sono date appuntamento le peggiori caratteristiche del maschio ed io sono diventato al contempo codardo, opportunista e tremendamente falso. Cinque regole che, se soddisfatte contemporaneamente, avrebbero costituito la guida al mollamento perfetto. Un cammino tortuoso, forse impossibile, capace di collegare i cinque vertici di ciò che avrei chiamato ”Il Pentagono” 1. Raggiungere l’obiettivo, ossia terminare il rapporto di coppia. 2. Evitare che lei pianga perché è una cosa che spezza il cuore e che immancabilmente fa recedere dal proposito principale esposto al punto 1. 3. Effettuare un estremo tentativo affinché sia lei a troncare, perché creda di soffrire per propria mano. Nel caso si stia prendendo un abbaglio e si abbia presto necessità di tornare sui propri passi, la ricomposizione della coppia, in questo modo, diventa più semplice. 4. Riuscire a fare l’amore ancora una volta, sapendo che sarà l’ultima, perché di solito questa è una gran bella scopata e per avere il tempo e la concentrazione necessari per conservarne il ricordo. Negare sempre che il motivo dell’abbandono sia la presenza di un’altra donna. Meglio parlare di insicurezza, meglio mostrarsi incerti di essere la persona giusta per la propria ragazza. Un uomo reso insicuro dai mille dubbi dell’amore e preoccupato per la felicità della propria partner esce di scena sotto una luce decisamente migliore.
SPOGLIATI!
Mi diede una spinta col palmo della mano ed mi buttò a sedere sul letto, poi iniziò a spogliarsi stando in piedi davanti a me. Aveva uno sguardo strano, inquietante, che i gesti lenti delle dita sui bottoni della camicetta di lino rendevano sinistro, come se avesse intenzione di accoppiarsi e nel mentre di liberarsi definitivamente di me. - E’ la prima volta che ti fai una canna? - Spogliati! Piegò il busto nudo in avanti e si sfilò la gonna chiara e poi le mutandine, avanzando poi lentamente verso il letto e verso di me con fare minaccioso. Si fermò a qualche centimetro aspettando che io finissi di spogliarmi, poi montò con le ginocchia sul materasso, tenendomi fra le gambe, ed iniziò ad accarezzarmi le guance con entrambe le mani. Con le labbra mi strinse una gota, poco sotto l’occhio, sfiorando appena la pelle con la punta della lingua. Un brivido di solletico e di piacere mi attraversò il volto e passando dalla base del collo mi percorse la schiena andando a morire sotto ai testicoli. Ero estasiato da come avesse saputo localizzare e toccare quel punto a me sconosciuto, regalandomi tenerezza ed enorme piacere assieme. - Ho tanta voglia… - mi sussurrò leccandomi l’occhio. Portai una mano fra le sue cosce ed intinsi un dito nella sua vagina umida, poi me lo portai alla bocca e lo succhiai mentre la guardavo. - Vedo... - Allora cosa aspetti? - Voglio che ti stendi a mi fai leccare ancora. Roan mi spinse ancora e mi ritrovai a pancia in alto, con le ginocchia piegate alla fine del materasso ed i piedi a penzoloni. Avanzò lentamente tenendo sempre il mio corpo fra le gambe fino a quando la giunzione delle cosce si trovò sopra la mia bocca. Afferrai allora le sue natiche con entrambe le mani, tenendo i pollici rivolti verso l’interno delle cosce ed usandoli per aprire il suo sesso alla mia lingua che ci s’infilò per tutta la sua lunghezza.
L’ESSENZA DELL’AMORE
Non ero mai andato così vicino a comprendere l’essenza dell’amore. Necessità di sentirsi nell’altro. Dolore che dà piacere. Odori ancestrali di merda e di sperma che suggellano un’accettazione totale. Rimanemmo sdraiati uno sull’altra per molti minuti. Il mio cuore batteva forte ed il suo corpo era scosso da tremiti. Quando entrambi ci fummo calmati, mi tolsi dalla sua schiena rovesciandomi di lato a pancia in alto. Pensai che avevo ventinove anni e che, ragionevolmente, mi rimanevano soli altri trenta o quarant’anni per godere della compagnia di quella donna.
O.DORI G.ENETICAMENTE M.ODIFICATI
Volevo solamente venire e porre fine a quel coinvolgimento perché mi sembrava fisicamente troppo intenso ed appagante per essere sprecato con una persona di cui non ero e non mi sarei mai innamorato. Quando questo accadde ed io estrassi il pene per venirle sulla pancia, ricadendole poi sopra di peso, l’odore dolciastro dello sperma si mescolò alle altre essenze in un concerto olfattivo che mi parve improvvisamente non più eccitante, ma nauseabondo e vergognoso. Resistetti pochi minuti in quella posizione e solo perché sfiancato dal calore e dall’intensità dello sforzo. Poi mi alzai, feci un passo ed entrai nella doccia. Mi appoggiai al muro ed aprii il getto di acqua tiepida mentre scuotevo la testa e cercavo di spiegarmi come avessi potuto arrivare a quel punto.