Egli disse: - Chiunque trova la spiegazione di queste parole non gusterà la morte.
Tommaso, 1
1.
La mattina, quando la luce filtra attraverso le mie palpebre assonnate, un fremito mi scuote e scende senza indugiare nell'abisso del mio piacere.
È così da diversi mesi ormai, il mio corpo non ha riposo, la lussuria mi assedia, vorace, diverse volte durante la giornata e non mi da tregua.
Tento resistenza.
Senza convincimenti precisi, senza vere ragioni che mi aiutino a desistere, la mano corre lungo il mio corpo nudo e caldo e la fantasia approda a te. Luca.
I tuoi sussurri bisbigliati all'orecchio è come se fossero riprodotti proprio ora, dal fruscio delle lenzuola che liberano le mie gambe lunghe ed impazienti.
- Voglio che ti vendi per me!
È la frase che ora rammento per accendermi; me l'hai bisbigliata in auto mentre sostavamo seminudi alla luce di un lampione che rischiarava la città notturna.
Non ho mai osato resisterti, non ho mai voluto resisterti perché impossibilitata ad oppormi a tanta originale iniquità radicata anche in me.
Tento disamore, persuadendomi che nella corruzione non esiste sentimento, che nella volgarità non si scorge Dio.
Nella volgarità non si scorge Dio...
E cos'è questa dolce tortura che mi espande il petto, cos'è la felicità che mi invade quando mi parli, mi tocchi oscenamente sfiorando gli spazi più bui della mia anima?
Gesù disse: - Se coloro che vi guidano vi dicono: "Ecco! Il Regno è nel cielo", allora gli uccelli del ciclo vi saranno prima di voi. Se essi vi dicono: "II Regno è nel mare", allora i pesci vi saranno prima di voi. Ma il Regno è dentro di voi ed è fuori di voi. Quando conoscerete voi stessi, sarete conosciuti e saprete che siete figli del Padre Vivente. Ma se non conoscerete voi stessi allora sarete nella privazione e sarete voi stessi privazione.
Tommaso, 3
È condannabile il mio amore trascendente per te, la mia fatica a comprenderti, la mortificazione della mia volontà?
Possibile che Dio nella Sua infinita misericordia non voglia entrare con te nella mia Passione?
E non rinnego l’albero per godere solo del frutto, amo frutto e albero in egual misura, amo Dio e l’essere da Lui creato alla stessa maniera. Che oltraggio potrei recarGli a desiderarti quanto desidero
la morte? Che pena potrei procurarGli obliandomi nei tuoi occhi per riconoscerei Lui?
I suoi discepoli gli domandarono: - Chi sei tu che ci dici queste cose? - Da ciò che vi dico non riconoscete chi sono? In verità siete diventati simili ai Giudei: essi infatti o amano l'albero e ne detestano il frutto, o amano il frutto e ne detestano l'albero.
Tommaso, 48
Non porre sullo stesso piano un'opera perfetta nella sua mortalità e finitezza e il proprio creatore è come giudicare più grande l'artista rispetto alla sua opera. Non c'è artista senza quadro, non c'è scrittore senza libro, non c'è scultura senza scultore. E concentrarsi esclusivamente sul creatore significa non poterne apprezzare appieno la propria magnificenza; e concentrarsi esclusivamente sull'opera significa non comprendere il Tutto.
E poi il mio cuore si è dilatato per te e non torna più in sé, e poi le mie allucinazioni producono frutti benevoli che elargisco al mio prossimo con generosità; e poi... dal primo istante in cui ti sei insinuato in me, la mia gioia non ha fatto che moltiplicarsi per restringersi e moltiplicarsi ancora.
E non so se sono felice ma almeno non sono infelice.
Come faccio a non amare te che leggi le mie voglie meglio di quanto sappia fare io?
E quanto ancora potrà espandersi il mio desiderio che ha già sconfinato oltre la ragionevolezza, oltre l'istinto di difesa, oltre l'amore per me stessa?
Non è difficile godere così, no, non lo è!
Nemmeno urlare così, desiderare così, amare così.
Anello di una catena fragile, frammento di un rompicapo irrisolvibile, brandello di carne avariata è il nostro amore squilibrato.
Ma amore resta.
Amore che riconosco e sento nelle viscere, basso e stagnante, immorale e contuso, amore che comprendo e che desidero perché efferato e intenso.
Ma io voglio e non voglio amare te che mi disonori, che m'innalzi a regina e in un attimo mi getti nel fango.
Voglio e non voglio essere tua preda inconsapevole, devo fuggire da tante domande, da interrogazioni che mi spossano mente e corpo, devo risolvere.
- Voglio che ti vendi per me!
Rammento ancora... mentre si accende questo eterna smania che non si appaga mai, nemmeno quando la sento salire dalle ginocchia, come brace che incita la mia esaltazione punzecchiando ogni molecola della mia pelle.
Come un gorgo effervescente che cresce e cresce e segue il movimento delle mie dita fino scoppiare nella mia testa, nei miei occhi e nelle vene del mio collo teso.
Non si appaga mai...
E oggi come ieri, come due giorni fa, come sempre, agghindo le mie carni per provocarmi ancora disamore nei tuoi confronti.
Fosse possibile...
Non indosso slip sotto la longuette, niente reggiseno che celi i capezzoli ampi e turgidi, bocca impudente, capelli sciolti e sguardo diretto.
Dipinta di nero e di fiammante rosso acceso, oggi divampo nel salone del thè leggendo la mia poesia erotica.
Quasi tutti uomini, tutti occhi puntati su di me ad indagare e a scrutare la mia natura; sapessero...
In fin dei conti è questo il ruolo che mi sono scelta, è l'abito che indosso con migliore naturalezza: quello di un'etèra incurante delle chiacchiere maligne e libera di essere se stessa, che immola il proprio corpo sull'altare del piacere, offrendosi in sacrificio a te; a te e ad ogni uomo che affascini la mia femminilità irregolare.
Anche a lui, piccolo ometto qualunque, forse un poeta che ora ammira la mia gamba dondolante e leggermente divaricata, accanto alla sua; lo scelgo solo perché è il più intraprendente, il più sfacciato, il più arrogante.
Con malcelata sbadataggine, l'ometto, allungandosi nella mia direzione, mi sfiora un seno con il braccio ed osserva la mia reazione divertita ed insolente.
- Mi chiamo Marco, tu?
Siamo già al tu... non c'è tempo per i convenevoli, niente cerimonie, il nostro piacere deve essere soddisfatto, ora!
Non è difficile sedurre un uomo, non è complicato riuscire farsi penetrare in una toilette, contro un muro, come una tortura per espiare chissà quale colpa.
E non è difficile nemmeno godere in quella posizione scomoda, precaria e licenziosa, basta poco. Basta poco, quel minuto è necessario per ricordare come invece io
non godo affatto, non coscientemente, non interiormente.
E se poche ore prima ho contratto ogni piccolo muscolo del mio corpo, distesa su di un letto sfatto, ora faccio lo stesso ma su tacchi sottili; mi inumidisco di piacere appena mi sfiora il seno e quando mi spinge contro le piastrelle verdastre della toilette e mi alza la gonna, lo risucchio con ingordigia.
Avida di un qualsiasi cazzo turgido.
Avida di sensazioni forti, d'immagini nitide, di suoni assordanti, come quello delle sue gambe che percuotono il mio sedere, dei suoi insulti che mi sferzano alitandomi sul collo.
Ho bisogno di questo per esistere: di energia violenta da risucchiare per riempire la voragine che ho dentro da quando ero bambina.
Per un attimo si smorzano le mie pulsioni sessuali ma il mio stomaco resta affamato, in preda a crampi d'annullamento che tento di marchiarmi addosso per non ricadere negli stessi errori.
Invece...
Invece non sono mai sazia, invece cerco e cerco e cerco ancora di dimenticarmi di te, tentando di amare il corpo di un altro, tentando di perdermi in altre braccia che mi scuotano e mi dicano chi sono e perché esisto.


















