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Segno di riconoscimento: scarpe fucsia.
Fucsia è un colore strano un po’ aggressivo, ma caldo e freddo allo stesso tempo, un po’ dolce e un po’ amaro, impenetrabile, notturno.
Il grande specchio le rimandava l’immagine di una piacente signora, morbida e burrosa.
L’abito amaranto da mezza sera, longuette, con la sola manica destra e la profonda scollatura diagonale sulla schiena nuda, al limite dell’indecenza, finiva proprio su un delizioso neo ovale. La gonna, piuttosto aderente, aveva tanti piccoli spacchi, ma non abbastanza corti da mostrare il bordo di pizzo delle autoreggenti, discretamente avorio sulle décolleté fucsia con il tacco a spillo.
I capelli erano raccolti trattenuti da uno spillone sulla nuca, ma con qualche ciocca appoggiata mollemente sul collo; uno di quei particolari che danno un’aria un po’ lasciva, da alcova – anzi, da alcova appena lasciata.
Nessun gioiello, solo due piccole innocenti gocce scintillanti ai lobi.
Un trucco leggero a eccezione della bocca, resa più grande e carnosa dalla matita scura.
Le unghie non troppo lunghe sulle belle mani affusolate, laccate fucsia: appunto.
La signora viaggiava da sola.
Tutto era splendidamente lussuoso lì, sì, lussuoso: metteva quasi soggezione, ma era così seducente e retrò, bello come un’illusione.
Era il suo sogno che si stava avverando, anzi era l’incontro di due sogni: il proprio e quello del suo uomo.
Per anni aveva accarezzato l’idea di un viaggio sul leggendario Orient-Express.
Ora c’era quasi riuscita: il Royal Scotsman ne era la versione scozzese.
Una serie di combinazioni e casualità, quattro giorni senza impegni di lavoro e di famiglia.
Aveva scelto il treno, quel treno, con le sue incognite, compagni di viaggio che non avrebbe più incontrato, storie– forse – in evoluzione.
Com’era arrivata lì, a vivere quell’attimo sospeso tra due punti?
Tutto doveva essere perfetto, o doveva diventarlo, pur nelle sue imperfezioni.
Ormai la decisione era presa, la carrozza bordeaux con le scritte in oro l’aveva già accolta e la porta della suite si era richiusa dietro di lei.
Nessun ripensamento, il treno era partito in orario alle 14.07, salutato dalle note della cornamusa che un simpatico e baffuto signore in kilt stava ancora suonando, la stazione di Waverley non si vedeva più e già stavano attraversando il ponte ferroviario sul Firth of Forth.
Edimburgo, bellissima e affascinante, nelle case popolari della città vecchia ammassate le une sulle altre, nei verdi giardini di Princes Street, nelle file di palazzi storici, nell’elegante architettura georgiana della Città nuova, nel romanticismo del suo castello, nelle piazze austere, nel vento e nella nebbia salmastra, aveva lasciato il posto al vecchio regno di Fife, più morbido e dolce di colline pennellate d’erica, di campi ancora giovani e di piccoli fazzoletti di case colorate di crocus e di giacinti.
Tutto passava davanti ai suoi occhi aperti, ma persi nella matassa dei pensieri.
La sua mente era focalizzata sul gioco al quale aveva dato vita mesi addietro: sarebbe meglio dire “avevano” perché quel gioco, forse erotico o forse solo folle, anche se non appariva, comprendeva anche “lui”.
Lui era sempre presente anche quando non c’era, era presente in lei, nella sua mente, per assurdo più era lontano più era tangibile, quasi un’ombra.
Si era seduta al tavolino dove l’inserviente con la livrea dai bottoni dorati aveva già sistemato e acceso il suo pc portatile e lo osservava assorta nei ricordi, nitidi e vicini.
Una rapida connessione alla posta, una mail in arrivo: «Buon viaggio, piccola. Ti amo, tuo Ali».
Ecco perché aveva accettato di unire i due sogni: ne avrebbero condiviso tutti i momenti e le fasi per mail. Niente telefono, troppo facile sentire la voce e riconoscerne i sottintesi nel timbro vibrante, i risolini, i sospiri.
Lei avrebbe voluto averlo accanto, ma lui era stato irremovibile.
Ricordava quando, in una dolce notte primaverile, tra mille baci le aveva strappato questa promessa: «Devi fare questo viaggio da sola, è il tuo sogno nel cassetto, ricordi? Fai in modo che diventi un viaggio eroturistico. Me lo racconterai passo passo e io lo rivivrò attraverso le tue mail. Adoro sentirti raccontare e lasciare che la mia mente costruisca i quadri attorno alle tue parole. Un gioco, nient’altro che un gioco. Lo vivremo insieme. Devi scoprire da sola quanto ti piace camminare sulle vie dell’eros. Non voglio che giochi per me, ma con me. Sono pronto ad accettare qualsiasi decisione avrai preso, una volta tornata. Lasciati guidare dai sensi e solo dai sensi. Approfitta di quei quattro giorni di libertà e vai, vola amore mio!».


















