RadioBellei
di Alessandro Greggia
Conversazioni con Riccardo Bellei

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Il folletto

di Antonello Venditti

 

 

Come ho incontrato Bellei, anzi, la voce di Bellei? Nel 1975 avevo appena pubblicato "Lilly”, ed ero in tour con un gruppo molto numeroso, più un orchestra di archi: il primo esperimento in Italia di orchestra con un gruppo rock. Eravamo  a novembre, dicembre del 1975. Il primo concerto era a Padova; partimmo quindi da Roma con questo pullman a due piani (anche se in tanti, giravamo sempre insieme). Nel corso del viaggio (non so a che ora), passando vicino a Bologna sentii da una radio un commento all’album "Lilly” che neanch’io avrei potuto fare meglio. Bellissimo: lo stambecco ferito, Lilly, compagno di scuola… e la voce era quella, a me sconosciuta, di Bellei. Scoprii  così Punto Radio. Quando perdemmo la frequenza, mi sentii mancare, dissi: torniamo indietro… all’epoca avevo queste mattate, infatti tornammo verso Ferrara, nell’altro autogrill dove si sentiva. Purtroppo, essendo zona di confine, il segnale sparì. Presi nota di tutto, Punto Radio, Zocca, io manco sapevo dov’era Zocca. Conclusi il tour e tutto il resto, e mi rimase questa bella impressione, questa curiosità. Dopodiché, nella promozione dell’album, feci un giro radio e fui invitato in varie emittenti italiane. Quando seppi di dover andare a Punto Radio, ero contentissimo.

Arrivai a Zocca (della quale ho un’immagine molto sfumata… non era ancora, diciamo, la terra di Vasco. Però anche lui era a Punto Radio, e si occupava di cantautori, per cui ci siamo conosciuti lì. Non ho ovviamente il ricordo del personaggio, perché all’epoca non era ancora "Vasco”) e finalmente conobbi il proprietario della voce che mi aveva intrigato: Riccardo.

 

Con lui, da allora, ci siamo sempre trovati, nel senso che è sempre stato una coscienza molto analitica, molto precisa: non solo sulla musica e i cantautori, ma in generale sulla vita. Un punto di riferimento amichevole, però duro, con idee molto precise sulla musica, i cantautori, i perché, i ma. Quello era un periodo che comportava il dibattito, l’analisi; e poi la musica era nettamente collocata in un panorama giovanile sia politico che sociale molto importante. Era un periodo in cui la musica contava effettivamente come base culturale per la vita di ogni ragazzo (anche oggi ne fa parte, ma come consumo, tranne rarissime eccezioni, o meglio, rarissime occasioni).

Con Bellei non scappi, quando incalza non puoi svicolare: ti ritrovi quindi sotto interrogatorio, ma in modo simpatico, piacevole, per cui lo accetti volentieri.

È l’uomo delle prove, l’uomo che si vede prima, l’amico che sta con te cinque minuti prima di salire sul palco, cosa che non concedi a nessuno. E nel tempo è diventato un amico, per cui la veste prevalente non è più quella del cantautore oppure del giornalista, ma proprio quella del "come stai?”.

Io ricordo sempre Riccardo ai concerti, alle prove, con ‘sta sedia: lui non aveva la sedia a rotelle, volava con l’amore e l’amicizia dei suoi amici. Io non l’ho mai considerato invalido, senza gambe od altro; l’ho sempre considerato come una struttura fisica particolare, bionica. E in effetti un po’ bionico lo era, con il suo cappelletto, le sue manie, con la sua fatica ma anche il suo gesticolare molto efficace. Di colpo te lo trovavi nei posti più impensati, grazie anche alla bravura di chi lo trasportava, comprese ragazze che si sono immolate a questa cosa: riusciva ad arrivare ovunque, te lo trovavi sul palco, al mixer. Come ci arrivasse, poi, ad un certo punto ho smesso di chiedermelo.

Con Bellei ci furono piccole grandi avventure: per esempio, prima di un concerto al Mac2 (vicino a Modena), mi si ruppero gli occhiali e io avrei dovuto cantare senza: impensabile. Non solo: era domenica. Riccardo mi trovò un ottico che mi rifece, non so come, tutto quanto in pochissimo tempo. Rick ha questa attitudine, di starti a fianco e risolverti spesso anche i problemi. Un’altra volta, invece, dopo un concerto al Kiwi (Piumazzo) decidemmo di fare la follia di partire per Zocca di notte: ricordo la neve, l’alberghetto. La mattina dopo, a Punto Radio, facemmo una trasmissione che mi ricordo essere quasi un evento, ma della quale non rammento praticamente nulla. Queste sono cose che fanno parte del carattere di entrambi, non escludo possa anche riaccadere.

 

Poi, per un attimo della sua vita, ed anche della mia, è venuto a Colle Romano, a farmi sentire i suoi brani. Per me lui è uno che scrive delle belle canzoni, interessanti. Quando venne a casa mia, in "Non è una canzone” riconobbi che c’era qualcosa di potente, e ci lavorai remixandolo. Ma non andammo avanti, un po’ spiazzati dal  "tutto” che era in veloce espansione: i mondi che cambiano, le età, i mezzi, la diversità, il diverso uso delle radio, i network… quello che era un osservatorio privilegiato è andato trasformandosi in "mettere i dischi”. Il DJ è diventato l’eroe delle serate riminesi, le discoteche. Riccardo sente la mancanza di un certo tipo di radio, come tutti noi che amiamo la musica e non quello che gli gira intorno. Questo tempo spezzettato, ventiquattr’ore suddivise in tante canzoni… la canzone è quello che c’è tra uno spazio pubblicitario e un altro, quando non è pubblicità essa stessa. Basta guardare, oggi, le grandi campagne delle società telefoniche, il target è quello: il frullatore della cultura da una parte offre più contatto tra le espressioni, dall’altra spiana completamente il livello ed il pensiero sul quel tipo di comunicazione.

 

Quello fu un periodo difficile, dopo "Benvenuti in Paradiso” io stavo al massimo della pena, cercavo già di svicolare, mi stavo un po’ rompendo di tante cose. Bellei mi piaceva come luogo dell’anima, non perché io dovessi dare qualcosa, però mi piaceva perché io credo in una cosa che si chiama amicizia. Una cosa che non va data a tutti, non è benvolere, ma il riconoscere che ci sono persone che se lo meritano, e lui è una di queste persone. Perché non dare audizione alle sue cose? In mezzo a tanti cazzari che non valgono niente, lui invece merita rispetto (tenendo conto dell’imperfezione, perché Riccardo, essendo carrozzato, ha un vantaggio e uno svantaggio. Paradossalmente, quando uno ha delle condizioni diverse, apparentemente è avvantaggiato. Con lui ho sempre avuto un rapporto di non vantaggio: lui mi ha convinto proprio in quanto… Bellei. Fra di noi c’è un rapporto schietto, spesso caustico, di  vicendevoli sfottò, senza schermi o veli dovuti a presunte differenze.

 

Per me, lui era il giornalista di Punto Radio che faceva delle canzoni da appassionato, però non ho mai visto la sua natura prevalente artistica rispetto al suo essere intellettuale. Ciò non toglie che le sue canzoni siano validissime, soprattutto perché le canta lui, è il suo mondo. Non è detto però che le canzoni belle abbiano successo, è questo lui l’ha sicuramente capito. Mi piacerebbe risentire le sue canzoni oggi, e fare il punto su di lui. Avere l’immagine delle sue cose dopo 10 anni. Mi dispiace non aver proseguito questa collaborazione, ma ad un certo punto è mancata la voce, nel senso che a quel punto non c’erano più i canali nei quali proporsi che c’erano in altri tempi. Infatti Riccardo si è trovato costretto a scrivere, e questo per lui ha un peso enorme, più che per altri.

Ciò che ha tenuto ancorato Riccardo a questa realtà è proprio la musica, la speranza che comunque ci fosse una catena culturale che facesse succedere qualcosa che, in realtà, era già successo. Benché scrivesse canzoni fin dai primi anni settanta, in lui si è scatenata tardi - ma forse neanche tardi, forse era il momento giusto - la necessità di proporsi al grande pubblico, anche in virtù di un ovvio raffronto con Vasco, quasi una sorta di diritto maturato sulla scia del successo di quest’ultimo, che era quel compagno che avevi di fianco e che ad un tratto è esploso, e sei contento ma un po’ sai che te lo meriti anche tu.

Credo che sia successo questo: mentre Riccardo era fermo musicalmente, facendo più che altro giornalismo, i suoi punti di riferimento più prossimi, cioè io e Vasco, sono cresciuti. Quando lui ha ripreso a fare musica, è un po’ come se fosse partito da dove aveva interrotto, quindi senza una relativa crescita. Ma è pur vero che lui ha avuto grosse soddisfazioni, che noi non abbiamo avuto, in altri campi.

Bellei per me rappresenta e rappresenterà sempre una buona coscienza, una persona che ha la capacità di cogliere la cellula madre di un mondo, la cellula che poi si è evoluta e a sua volta contiene miliardi di cose. Spero che non perda questa capacità, che si mantiene stando saldi su se stessi, ma mantenendo tutti i canali aperti, informandosi e conoscendo, cosa che lui ha sempre fatto. La natura del critico, del movimento lui ce l’ha. Se avesse viaggiato di più, tutto si sarebbe compiuto più integralmente (che poi non è un problema relativo al fatto di essere carrozzato o meno: mi ricordo, all’epoca, che come si muoveva Riccardo non si muoveva manco Speedy Gonzales).

Spesso io, purtroppo, sono per lui una meteora che passa, e lui una sorta di folletto che si materializza  e mi dà un osservatorio, un punto di osservazione concreto, che mi aiuta a comprendere meglio le cose.

 

 

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di Alessandro Greggia
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