Ecco la prefazione di Dante Bernamonti

FABER, UN TAPPO DI SUGHERO
   E I FUSTI DI CANNONE
Una prefazione di Dante Bernamonti

Saliva alla villa anche nel giorno del vento e delle onde, montate sino a bagnare le piastrelline piccole, quelle che scollava con le unghie dal muretto del lungomare e che rubava da tempo di nascosto, con meticolosità e con gola.
Quelle piccole, del muro lungomare, sopra i bagni Puppo e Mediterranee, quelle grandi meno di due centimetri per due, poco più di uno per uno, anni ’60, colorate arcobaleno – le turchesi sono le più belle, se me ne dai due oro,  te ne posso dare una blu io – luccicavano di cielo schiantato e di mare in volo, sotto la pioggia traversa, mentre il bambino saliva svogliato alla villa dove aveva sede la sua scuola elementare.
Davanti alla villa adibita a scuola, immobili  da un tempo che a lui sembrava dover essere infinito, reduci da guerre su chissà che mari tempestosi, i fusti di cannone di una guerra che nessun bambino pensava si potesse esattamente immaginare o fosse in fondo nemmeno necessario definire per giocare. Fusti ricolorati dal sole e dalla pioggia, sul metallo di fusione, graffiati in cerca di una firma da lasciare, verdi chiaro di muschio nei punti che restavano umidi e nascosti per intere stagioni.
Giacevano al suolo, posati davanti al grande palazzo tinta pastello scolorito da decenni di sole,  sullo spiazzo con la ghiaia, sdraiati a raggiera, quei giganti allungati al suolo, che nelle giornate di sole, dopo la scuola, sapevano trasformarsi ogni giorno in cavalli, missili, armi, navi, a seconda del desiderio di chi giocando ci si sedeva a cavalcioni. Sopra, passato quello spiazzo,  c’era la grande scala, o almeno così grande a me, così piccolo, pareva, e c’erano le vetrate ampie con le tende.
Il pavimento antico, appena entrati nel salone a piano terra, era celato, ricoperto, per proteggerlo dal calpestio, da un assito sollevato che rimbombava al passo delle scolaresche in fila. Eserciti di piccoli soldati in divisa che si tengono, due a due, in fila indiana, occhi alla nuca, per mano.
Che salgono o scendono le scale a ondate, in calmo attacco alla salita e incontenibile frenesia da libera uscita alla discesa. I maschi pantaloni corti sotto il grembiule, fiocchi azzurri loro, le femmine fiocchi rosa.
Il rito del pianoforte, scandiva l’entrata ogni mattina, suonato da chissà quale insegnante dell’epoca.
Ogni mattina, qualcuno si sedeva allo sgabello in una sorta di retorico trionfo patriottico personale, un po’ tronfio e orgoglioso di una sua particolare istruzione uscita dalla guerra, non così comune e istituzionale all’epoca, tanto da permettergli di fare ogni mattina un suo concerto personale. Sempre inesorabilmente uguale.
Le classi in fila, ferme, silenziose - non dovete parlare ma solo cantare l’inno nazionale, tu lì smettila di ridere e di giocare - e un ragazzo si fermava, rosso in viso e abbassava gli occhi cercando, non guardando lui di non farsi vedere, fingendo di cantare parole che non capiva e ricordava pure male. Io avevo sei anni allora.
E l’inno, suonato su quei tasti, a martello come si fa con le marcette militari. Come un incubo ogni mattina, nella Pegli di un decennio dopo la guerra, periferia piccolo borghese di una Genova operaia che anche lì, come il resto dell’Italia, non aveva saputo ancora cancellare molte ferite morali della guerra.
Cantato da bambini che non ne comprendevano di certo le parole, erano state anche faticose da imparare, in piedi, fermi, sotto ai manifesti ministeriali affissi alle pareti della scuola, tra cartine geografiche gigantesche che volevano insegnare con nazioni di colori differenti e righe di confini nuovi, disegnati dall’uomo e non dalla natura, la nuova geografia postbellica mondiale.
Ricordo quei manifesti da dopoguerra prossimo venturo, che sembravano usciti da quello che poi, più grande avrei potuto definire un film dell’orrore, genere che ancora non esisteva in Italia quasi nelle sale. Affissi a incutere - nel solerte intento ministeriale di proteggerci dalle ultime ondate di risacca di morte di una immonda guerra mondiale - terrore per quelle bombe inesplose, perse e solo da trovare, come conchiglie dimenticate dalla tempesta, il giorno dopo, sulla riva del mare.
Nascoste chissà dove, forse proprio lì dove Mario e Andrea erano soliti giocare, quelle bombe di mille forme non esplose, e quei  giocattoli-bomba, quelle penne esplosive, quei giochi di latta, finte bellissime automobiline,  seminatori per l’Italia, secondo il grande manifesto appeso su quei muri, di piccoli futuri mutilatini disegnati come le illustrazioni del libro Cuore.
Dipinti su quel manifesto con terribile realismo, come se fossero usciti dal sussidiario o dalla Domenica del Corriere.
Le bombe erano state buttate dagli aerei, da quelli che noi da bambini non capivamo nemmeno se a pilotarli col loro carico di giochi terminali e definitivi, fossero stati i buoni o i cattivi, nel film appena finito da un decennio o poco più, raccontato in episodi familiari piano piano, senza fretta, perché ogni ferita ancora faceva così male, dai nostri genitori. Replicato in altri continenti in mille piccole guerre nel mezzo secolo successivo spacciato come “pace”.
Quei manifesti facevano la pari con quelli della guerra contro le mosche, piaga nazionale, con quei ventagli penduli in moto perenne, fatti di stringhe di plastica sottile, a  ruotare avanti e indietro nei negozi sopra ai cibi, e il manifesto che dettava la strategia di quella guerra così particolare attaccato al muro. Di fianco al pannello col costo della farinata e della focaccia con la cipolla all’etto, oppure di quella normale.
Ed è uscendo dalla scuola, a sette anni, un giorno che invece evidentemente non pioveva, un anno dopo,  che casualmente il bambino incontra il ragazzo, sulla ventina - a lui parve un uomo ma a sette anni ognuno è adulto se supera il metro e settanta di statura - nato lì soltanto una dozzina di anni prima di lui.
Seduto sul fusto del cannone, biondo quasi, sul viso una specie di strano sorriso che sembra ridere per ironia. L’aria pulita di chi nasce bene e per tutta la vita non lo potrà nascondere nemmeno infilandosi in fretta un jeans e un maglione, seduto con tre amici e la chitarra tenuta per la tastiera e posata al suolo. Sta lì seduto sul sommergibile che mi appartiene, come se fosse suo e non mio, sta lì a parlare.
E il bambino uscito appena dalla scuola, che considera quel cannone ormai suo, ha quasi uno scatto di ira e pianto, dopo le ore attese ad aspettare di imbarcarsi e salpare.
No.
Torno indietro. Riavvolgo tutto. Perché il compito che mi hanno affidato non è scrivere un racconto su un incontro mai avuto con De Andrè, nella frazione di Genova dove lui prima della fine della guerra, e io dopo, siamo nati. Riavvolgo il nastro e riparto da zero. Anche se lo ricordo come fosse ora quel ragazzo, seduto, con in mano quella chitarra.
Quel sorriso l’ho rivisto poi nelle foto e sulle copertine dei suoi dischi pochi anni dopo.
Ricordo la chitarra marroncina che ho desiderato portargli via e distruggere, quel mattino, in quel tempo, in quel luogo che ora solo dentro di me è reale, per vendicarmi della rabbia che provavo. Riavvolgo il nastro.
Devo scrivere una prefazione, non un ricordo mio affiorato ascoltando una canzone.
Una sua canzone.

E allora riscrivo sul nastro.
Scrivo di Massimo Casarini, editore multiforme e dai sogni infiniti, scrivo di una piccola casa editrice che spazia in modo semplice e naturale nel suo catalogo tra mille sapori.
Dall’aceto balsamico e dal lambrusco dell’Emilia in cui ha sede e vive, a quelli dell’eros e della letteratura di genere di cui con libri e siti web si è fatto promotore. Scrivo di esperimenti, film girati in castelli misteriosi (per ora solo nei suoi desideri) dove misteriose autrici leggono e recitano vestite alla Eyes Wide Shut (molto prima che quel film fosse girato) loro composizioni sull’eros, il sesso e l’amore.
Di esperimenti di scritture corali e collettive, dove gli autori sono dentro auto imbottigliate in autostrada e i racconti sono come i loro clacson impazziti, rimbalzano per chilometri sulla Cisa o sul Turchino, verso il mio mare a inizio estate.
Dell’amicizia che mi lega a lui e di quel nick che mi scelsi quando incominciò in rete, Faber.
E che mi porta qui ora.
A scrivere una prefazione a un progetto condiviso.
Perché io che scelsi anni fa Faber come firma digitale quando scrivo, non è che poi abbia amato sempre Faber, l’altro, quello vero, se devo dire il vero e confessare. Eppure. Eppure…
Scopri con gli anni, magari per caso, dopo, che hai sempre avuto e ancora hai nella testa una sua canzone. E se la lasci libera di girare genera mille pensieri, perché pizzica emozioni, ricordi, dubbi o scava, sepolte sotto anni di vita, tue antiche e ritrovate ora sensazioni. Scopri che ad ogni suo album, ad ogni sua canzone c’è una parte di te che si riallaccia e rappacifica con la tua memoria, che ritrova tempo e spazio, e dentro di te con quella poesia e quelle note rivive. Scopri che molte volte persino quella sua canzone ascoltata così tante volte da non avere per te a mente fredda più alcun segreto o alcun sapore, ne ha di nuovi.

Non ho sempre amato Faber.
Ho scoperto il suo secondo album, per me il primo, a 15 anni, nel 1968 quando uscì. Uno dei primi ellepi di una infinita collezione di vinili comprati con sacrificio per anni e con passione.
A 15 anni come sei, che cosa sei, cosa ero, se ci ripenso ora ?
Tutti morimmo a stento era il titolo e già questa era una bella sfida allora. Poi, comprati la settimana dopo o quella dopo ancora, con fame compulsiva, Volume Primo e Tutto FdA.
Era una bella sfida quello che trovai in quei dischi di vinile in quei giorni, perché persino “il ‘68” in Italia, per mia fortuna direi, perché se fosse stato troppo puntuale me lo sarei perso intero intero, arrivò in ritardo, solo un po’ dopo. A 15 anni di una canzone, di un autore, un libro, una provocazione, quasi per sfida alla sfida magari invece uno se ne fa bandiera.
Persino della parola “puttana” in una canzone.
Oggi può fare sorridere ma quell’Italia un po’ borghese, se non per condizioni di nascita e reddito, quanto meno per desiderio di benessere e aspirazione, quel grande enorme piccolo paese che era così simile alla mia, alla sua,  Pegli di allora per una parola così si scandalizzava ancora. E poi parlare in una canzone della morte, e  poi una canzone in cui l’amore parla all’amata e muore  anche, e una sul suicidio e una sulla legittimità di qualsiasi amore come ricetta per la sopravvivenza del corpo e del cuore di un vecchio professore?
All’epoca lo amai.
Di un amore acritico, adolescenziale, totale, da innamorati delle sue musiche così apparentemente semplici. E della provocazione costante, a sfida di una morale che cominciavo, io per mio conto, a sentire stretta e odiare, e contro cui lui sapeva vestire rifiuto, amarezza, speranze con così perfetto ritmo e perfette parole.
Mi aiutò a cercarmi una bandiera, a cucirmela mese dopo mese negli anni, a esserne colonna sonora emozionale, e a sceglierne un colore, un unico colore.
Poi ha cominciato a starmi stretto.
Per quell’impronta sempre pulita, così intimista negli anni in cui tutto doveva essere  pubblico e collettivo, lui e le sue canzoni, così organicamente borghese nella necessità di sempre dover sempre stupire. E vennero i Vangeli apocrifi, amati, odiati e riamati solo anni dopo.
Quel suo sorriso così forte e intollerabile per me a un mondo che reputavo così poco, fatto di religioni “alternative” ma sempre nell’alveo alla fine delle loro istituzioni che non amavo, di preti incerti e sospesi a divinis tra la tonaca e la tuta azzurra o marrone, di bravi boyscout dagli eterni pantaloni corti, seduti intorno a un fuoco a cantare con la chitarra buone canzoni e a cercare nuove buone azioni.
Quel Che Guevara che tentarono in quegli anni di assimilare a una sorta di  Cristo argentino, morto su un Golgota andino, perché di un Cristo-Lenin caucasico per fortuna non c’era chance alcuna di mistificazione mi allontanarono da lui e dalle sue canzoni.
E so, per mille discorsi e mille amicizie di ora e allora che a sentirlo diventare stretto intorno ai nostri sogni e ai nostri desideri, al cervello e al cuore non fui il solo. Ci vollero anni perché riuscissi poi a trovare la poesia in quell’odiato qualunquista (allora) “bombarolo”.
E ora me lo ritrovo, come molti della mia generazione, carichi di storie simili o dissimili alla mia, a poco più di dieci anni dalla fine della sua attività creativa,  a fare parte irrinunciabile, fondamentale, della colonna sonora subliminale, inconscia, continua (ma di questo me ne accorgo e posso rendermene conto solo ora) di una vita, la mia.
Credo che sia solo così alla fine che sopravviva e viva in noi un grande amore.

Quando Massimo mi ha prospettato il lavoro di selezione e si è parlato del lancio del progetto abbiamo condiviso una paura sola, un unico timore. Che fosse frainteso cosa si volesse fare.
Non riscritture, non commenti emozionati, non lodi o plauso mascherati in vario modo, ma la libertà di scrivere, sull’onda della sua musica e delle sue parole, nuove poesie, nuove storie, nuove canzoni. La libertà di fare vivere quelle canzoni attraverso il mondo emozionale e narrativo che facevano nascere e vivere in altri autori.
Sono arrivati tantissimi racconti e la scelta non è stata così facile davvero.
Alcuni, pochissimi a dire il vero, forse corrispondevano a quello che non cercavamo.
La maggior parte però raccontava storie, rivestiva personaggi di nuove vite, mescolava e voltava carte divertita e beffarda come in una sua canzone, era la carne di un nuovo autore sulle note riascoltate e fatte vivere in un differente esistere e narrare una storia di vita, felicità, dolore, gioia, morte, umanità e passione. Ed è stato difficile scegliere e porre un limitare.
Su De André, complice il decennale - delle cui celebrazioni, alcune almeno con quell’odore che ogni tanto inevitabilmente temo affiorava e credo lui avrebbe poco amato, per come l’ho immaginato e vissuto io attraverso le sue canzoni e la sua poesia - è stato detto tutto e forse più di tutto. Libri dotti e serie biografie, analisi fatte da illustri autori della sua poetica e delle sue liriche, comparazioni tra periodi con differenti musicalità e strumentazioni, periodo pre-PFM e post, analisi del carattere e comportamentale, pre e post-Supramonte, relazioni familiari padre-fratello-mogli-figli, timidezza e rapporto col pubblico dal vivo, alcool e riscatto, relazioni amicali dall’adolescenza all’età matura e collaborazioni musicali.
La cosa che mancava è solo la canzone che non c’è.
Quella mai scritta. Che forse lui mai davvero avrebbe scritto o mai scriverebbe nemmeno ora.
Non probabilmente certo così come l’hanno poi cercata di scrivere e scritta a modo loro, in omaggio a lui, con ventinove differenti e validi perché i nostri ventinove autori.
Quella che chi si è perso nelle sue, per anni, ha sentito dentro di sé, ascoltandolo, nella musica alzata a tutto volume o nell’eco, un po’ distorta anche da un metabolismo personale, del ricordo della sua poesia e delle sue parole. Il pezzo che come un sughero galleggiante in acqua alla canna di un bambino sul lungomare di Pegli nel ’60, dove il paese finiva e la strada era proprio alta su mare, nascosto al giudizio e allo sguardo della gente che passava, sussultava.
Saliva e scendeva non per un pesce che mai ne voleva sapere di abboccare, ma per il piacere di giocare con le onde e con il mare.
E di lasciarsi guardare, lasciando i miei pensieri di bambino liberi di costruire piccole storie, sogni, racconti della mente. E di volare.


I Racconti

INDICE

FABER, UN TAPPO DI SUGHERO
E I FUSTI DI CANNONE                                      
una prefazione di Dante Bernamonti

DORMIVAMO SENZA PAURA   Giorgia Montanari
L’INCONTRO   Francesca Panzacchi
CORPI SBAGLIATI   Davide Predieri
QUESTA NON È HOLLYWOOD   Antonio Secondo
PIERO E NINA   Michele Campanini
SHERLOCK HOLMES E L’AVVENTURA NELLA CITTÀ VECCHIA   Cristian Fabbi
UNDICI   Ilaria Lopez
CANTO DEL SERVO PASTORE   Piergiorgio Annicchiarico
QUELLA VOLTA   Vito Ferro
HO VISTO NINA VOLARE   Francesco Loro
PRENDI QUESTA DI IMPRONTA, STRONZO!   Daniele Cappelletti
MARINELLA   Francesca Tombari
IL TRIPLO DI DODICI   Andrea Righi
LA LUCE SU IN PAESE   Renato Bergonzi
LA TUA DISAMISTADE... IL TUO PURGATORIO   Giacomina Durante
BOCCA DI ROSA   Enzo Vincenzi
IL MIO NOME È UN GERUNDIO   Margherita De Simone
CALZE VERDI   Valeria Bissacco
CLIENTE N° 5   Paolo Brandi
AMORE CHE VIENI   Nadia Bianco
L’ULTIMO TACCO DI VIA DEL CAMPO, GIALLO IN QUATTRO ATTI   Lucia Sedda
A OGNUNO IL SUO  Alba Gnazi
QUELLO GIUSTO   Marzia Cikada
IL NOME DEI RICORDI   Manola Masoni
26 AGOSTO. FESTA DI FINE ESTATE   Alessandro Brondi
NON OMNIA POSSUMUS OMNES    Jennifer Bertasini
SIGNORA LIBERTÀ   Vita Marinelli
LA BARACCA BRUNA   Mariarosa Sammartino
AMORE CHE VIENI AMORE CHE VAI   Luigia Bencivenga